mercoledì 26 novembre 2008

Povero centro storico di Portomaggiore...


Non basta far scrivere a caratteri cubitali da un giornalista schierato nella medesima area politica che l'Amministrazione comunale di Portomaggiore intende valorizzare il centro storico cittadino. La struttura del P.U.T. (piano urbano del traffico) presentato durante il Consiglio Comunale di ottobre, mostra chiaramente tutt'altra intenzione.

Ancora una volta la Giunta Barbieri, in questo caso attraverso il Vicesindaco Minarelli, ha dimostrato di non avere il coraggio di porre in essere la propria azione politica alla luce del sole e soprattutto di contraddirsi, spacciando per veritiere intenzioni e programmi che non coincidono con la realtà dei fatti, in sostanza, di prendere in giro i cittadini.

Dopo aver creato innumerevoli disagi e pregiudizi proprio a quelle attività del centro con lavori su opere pubbliche dallo svolgimento lentissimo e con risultati spesso insoddisfacenti e dopo aver privato il centro storico della sua funzione sociale e culturale nel periodo estivo per favorire i profitti di Festissima (ex Festa de L'Unità), l'Amministrazione vuol far credere ai cittadini che il PUT è stato progettato all'insegna del rilancio del centro storico. Niente di più falso!

Ci pare invece emblematico che le varie associazioni dei commercianti locali si siano espresse negativamente sul progetto, bocciandolo su tutta la linea e con giuste motivazioni.

È chiaro che l'Amministrazione di sinistra non conosce la realtà commerciale del paese che (malamente) governa da ormai 8 anni. Adibire a ZTL vie del paese come via Vittorio Emanuele II, via Garibaldi, via Forlani, via Bernagozzi significa mandare incontro a morte certa molte attività commerciali (ad esempio di ristorazione da asporto), già segnate dalla crisi economica nazionale, basate proprio sulla necessità di un vicino parcheggio.

Il PUT inoltre prevede di sostituire i parcheggi esistenti nel centro con quelli di attività private quali i supermercati, spesso lontani centinaia di metri dal centro, favorendo la grande distribuzione a scapito proprio dei piccoli commercianti. Tali parcheggi, inoltre, essendo privati, potrebbero anche essere riservati esclusivamente (e forse anche giustamente) ai propri clienti.

Lodevole l'iniziativa di tutelare pedoni e ciclisti che decidono di vivere il centro storico, ma che ci vanno a fare “in piazza” se le attività commerciali del centro saranno costrette a chiudere i battenti?


Per il Circolo della Libertà di Portomaggiore,

Enrico Belletti.

mercoledì 19 novembre 2008

Per il partito unico tutto è bloccato, in attesa di un segnale del Cav.

Il cartello “lavori in corso” è in bella evidenza. Le impalcature ci sono, ma danno l’idea di essere state montate da poco, scarsi gli operai avvistati. E’ passato l’architetto, il geometra ha i progetti sul tavolo, il capomastro ha preso visione dei lavori da fare. Se dovessimo cercare un’immagine, una fotografia, per far capire a che punto è la costruzione del Popolo della Libertà questa che abbiamo descritto sarebbe la più azzeccata. Da mesi i vertici del partito vanno dicendo, “abbiamo l’idea, abbiamo gli elettori, abbiamo il leader”, elementi che sommati insieme fanno il contenuto. Quello con la “C” maiuscola.

Con il passare del tempo il “Contenuto” è diventata l’unica certezza. Sono passate settimane intere ascoltando lo stesso ritornello: stiamo lavorando, stiamo organizzando, stiamo valutando. In realtà, oltre le linee ufficiali, e importanti, che sottolineano la portata storica del Pdl, oltre i ripetuti e forti convincimenti che il nucleo forte c’è, che in fondo le esperienze di Alleanza Nazionale e Forza Italia sono tramontate, ecco oltre a quello non c’è molto altro. Il Pdl per ora rimane un cartello elettorale. Bello ma senz’anima. Lo “stiamo lavorando” di Italo Bocchino, il percorso “serrato ed impegnativo per raggiungere il Pdl” di cui parla Denis Verdini per altri deputati più critici si trasforma in un “tutto è fermo”. Sempre Bocchino, entusiasta e convinto del progetto ritiene che “la costruzione del contenitore richieda il tempo necessario”. Tutti d’accordo. Deputati e senatori, dirigenti locali e nazionali si dividono in apocalittici e integrati. L’operazione non è facile, spiegano i secondi, costruire un partito che ha il 40% dei consensi richiede pazienza e una grandissimo impegno sotto tutti i punti di vista: concettuale, culturale, organizzativo. E poi c’è da considerare che nelle democrazie parlamentari il partito di maggioranza si schiaccia sempre sul Governo. Se poi questo partito non è ben definito ecco che qui, più che schiacciarsi, il partito di maggioranza scompaia all’ombra del Governo.

In realtà dopo la bella e galvanizzante esperienza della campagna elettorale tutto si è fermato, tanto gli elettori, o la stragrande maggioranza di essi, non è che sta tutti i giorni a chiedersi quando ci sarà il congresso costituente, spiegano gli apocalittici. Non c’è tutta questa fretta. E lo capisci quando cerchi sul calendario una data precisa, che confermi i lavori in corso. La cerchi, ma non c’è. Nessun evento ufficiale all’orizzonte. Niente di politicamente concreto al quale aggrapparsi. Quando ci sarà il congresso? Bella domanda. Prima doveva essere fissato in una data imprecisata tra gennaio e febbraio, poi verso la fine di febbraio. Ora, in un articolo apparso qualche giorno fa su La Stampa, si parla del 15 o del 22 marzo, a Roma o a Milano. Troppi rimandi. Se chiedi alle seconde file di Montecitorio qualche informazione al riguardo ti senti dire che “quando ci sarà il comitato costituente non lo sanno nemmeno La Russa e Verdini”. Sentite invece Paolo Guzzanti, “Il Pdl nascerà quando lo deciderà il capo, questo nuovo partito sarà molto autocratico e nessuno deciderà nulla se non Lui”. Intanto di una cosa si ha avuta certezza. Il comitato dei cento è servito a ben poco, a parte per riunirsi una solo volta. Non lo dicono apertamente , ma lo fanno capire. Emblematico fu lo sfogo del repubblicano Nucara, “ come faccio a confrontarmi con i cento se li ho visti sono una volta?”. Fino ad ora ci sono state solo generiche chiacchierate sul tema e nulla più, spiega di Silvano Moffa ex Presidente della Provincia di Roma ed ex sottosegretario alle infrastrutture nel Berlusconi II. Uno che la vita di Montecitorio la conosce bene e riassume i motivi dell’immobilismo. “Il Pdl fatica a darsi un volto perché si pensa che basti una semplice alchimia da ragioniere per farlo nascere, concentrandosi più sui numeri che sulle realtà territoriale. C’è poi una difficoltà culturale, l’anima del Pdl deve nascere dalla sintesi di An e Fi e non dalla sola somma”.

Ma il motivo fondamentale della stagnazione, è che tutti aspettano un segnale da Berlusconi, il problema insomma lo deve risolvere lui. “Cosa è questa se non un chiaro segno di immaturità della classe dirigente?” si domanda Moffa. E così mentre aspetti il Capo, ecco, lui arriva. Dopo l’attenzione alle operazioni di governo tornerà nelle prossime settimane a occuparsi della sua creatura. Il processo che dovrà dare l’anima al Pdl nascerà dal basso. A dicembre in migliaia di piazze italiane verranno allestiti i gazebo dove verranno scelti i delegati per il congresso costituente, attraverso delle primarie sui generis che eleggeranno circa 6000 delegati divisi tra An, Forza Italia e i partiti minori. Dopo i mesi di stallo il Pdl riparte, torna a muoversi, almeno a livello di marketing e comunicazione. Dietro l’idea di rilanciare una immagine andata sbiadita attraverso questa operazione c’è sempre e solo lui: il Capo. Quella con la S maiuscola.


Articolo di Michele Ruschioni tratto da "l'Occidentale".

mercoledì 5 novembre 2008

Obama Presidente: sarà davvero la rinascita americana?


Questo è un intervento di chi non pretende di avere ragione ma di chi spera di aver torto.

Gli Stati Uniti e l'Italia sono due democrazie “grandi” ma molto differenti. L'estremizzazione negativa della politica italiana si esprime (o si è espressa) attraverso il fenomeno del micropartitismo al quale si sta cercando di porre un limite attraverso la modifica della legge elettorale, ma ancor più spesso e malamente, con improprie e improbabili alleanze. In America questo non è possibile grazie a un bipolarismo che spesso fa perdere il senso di ciò che si può definire concetto di destra o di sinistra (e sta succedendo così anche in Italia). Ciò che non amo delle elezioni americane sono le elezioni americane. La finta televendita messa in scena da Mc Cain è stata, forse, l'aspetto più vicino alla realtà di tutta la campagna elettorale.

In America vince chi produce lo show migliore interpretato dal miglior attore, i programmi elettorali diventano sempre più simili, sempre più insignificanti. Non si vince più grazie al programma e alle promesse in esso contenute (salvo casi eccezionali), ma grazie alla persona, alla credibilità e all'appeal che questa ha nell'elettorato. Le ricette economiche non le capisce quasi nessuno, anche perchè quasi sempre sono contraddette da qualche antagonista, giornalista o sindacalista improvvisatosi tecnico-economico.

E queste elezioni in USA ne sono state la dimostrazione. Di facciata si sono combattute sulle modalità di risanamento dell'economia americana, ma la realtà è un'altra. La lotta di Mc Cain e Obama si è combattuta sul ring della simbologia americana, riguardava le loro persone, le loro immagini di eroi nazionali, il primo di patriota che ha offerto la propria vita alla bandiera, il secondo di colui che ha riscattato l'orgoglio afroamericano. Il 94% degli afroamericani ha votato per Obama, dubito che tutti questi l'abbiano fatto nella consapevolezza della validità del suo programma elettorale.

Personalmente, da uomo liberale di destra, non ho nulla contro Obama e credo, anzi, che sarà un buon Presidente, se non altro perchè i riflettori (già normalmente indiscreti) puntati sul Presidente degli USA, saranno particolarmente insistenti sulla sua figura e sul ruolo di deus ex machina che ci si aspetta da lui e che ha deciso di interpretare.

Anch'io avrei fatto parte del 75% degli americani che non ha apprezzato la politica di Bush, ma avrei votato Mc Cain, per nessuna delle ragioni suddette. Ne parlavo poco fa con un'amica: Obama è l'uomo giusto, bello, elegante nei suoi abiti firmati, sportivo, distinto, sempre composto, con la famiglia giusta tanto da fare invidia a quella della pubblicità del Mulino Bianco.

Bisogna avere il coraggio di cambiare, ma il cambiamento non deve essere dettato da un'illusione.

Enrico Belletti