domenica 3 agosto 2008

IL PERCORSO COSTITUENTE DEL POPOLO DELLA LIBERTA’

L’accelerazione data alla semplificazione del quadro politico nazionale con le elezioni di aprile, impone alle forze politiche moderate e riformiste di dare seguito alla costituzione del nuovo partito del “Popolo delle Libertà”.
In proposito però, va fatta una considerazione preliminare, che sembra di per sé ovvia, ma che costituisce elemento di evidente originalità: un partito che non c’e’, o almeno non c’e’ ancora nella sua forma giuridica, aggrega, vince, convince, propone, governa un Paese che vive una delle crisi più difficili dal secondo dopoguerra ad oggi.
Di fronte a questo fenomeno nuovo, le forze costituenti ed alleate, dovranno aprire una seria riflessione che investe, a mio giudizio, tre distinti profili:
1) il modello di Partito che si vuole costruire;
2) il sistema politico nel quale esso dovrà essere collocato e dovrà operare;
3) quali le forze che dovranno interpretare questo nuovo corso;
La risposta a questi tre quesiti presuppone però la riflessione su un tema fondamentale: quale modello di democrazia vogliono veramente gli italiani? quello Parlamentare o quello Presidenziale? Perché al di fuori di questi due modelli, non ne vedo altri! Anzi, la anomalia tutta italiana di questo lungo periodo di transizione politica, che va dalla fine della Prima Repubblica (1992/94), all’attuale tramonto della cosiddetta Seconda Repubblica, e’ stata proprio quella di avere un sistema ibrido, fatto di coalizioni omnicomprensive, costituite da formazioni disomogenee per estrazione culturale ed identitaria; un sistema caratterizzato da una elevata conflittualità all’interno delle stesse coalizioni e con lo strumento indiretto dell’indicazione del premier, per finalità puramente elettorali, senza che al candidato eletto, venissero poi effettivamente attribuiti i poteri previsti nei sistemi presidenziali.
La riflessione ci porta alla lettura della Costituzione, la quale ci impone di seguire il modello della democrazia parlamentare, imperniato sul principio della centralità del Parlamento.
Di qui la necessità, e non solo la opportunità, di costruire un Partito-rete, strutturato sul territorio, che sia capace di catalizzare il consenso intorno a ragioni ideali e politiche, omogenee e condivise. Con il voto del 13 aprile scorso il Popolo italiano ha dato una indicazione chiara:
ha scelto il modello delle grandi democrazie europee, costituito appunto da due formazioni antagoniste attorno alle quali si polarizza la stragrande maggioranza del consenso popolare.
Così il PDL ed il PD hanno raccolto, da soli, ben oltre il 70 per cento dei voti, mentre sono restate escluse dal Parlamento, ad esempio, le formazioni della sinistra radicale e ambientalista, oltre che della Costituente Socialista di Boselli, perché esse non hanno saputo, evidentemente, interpretare le esigenze di larghe fasce della popolazione, peraltro le meno garantite e le più bisognose. Sotto tale profilo non può passare inosservato, perché il dato e’ di per sé eclatante, che alle comunali di Roma, l’On. Alemanno ha raccolto nei quartieri popolari, tradizionalmente di sinistra, più voti del suo antagonista del PD.
Ma il PDL come dicevo, oggi non e’ ancora un Partito e ciò costituisce elemento di precarietà, se non di confusione, nella attuale situazione politica italiana.
Di fronte ad una crisi che e’ diventata crisi di sistema e che attraversa ormai da troppo tempo le strutture politiche, sociali ed imprenditoriali del Paese, non vi e’ altra strada che quella di favorire un percorso costituente del nuovo partito, che sia capace di assicurare governabilità, ricambio della classe dirigente, coesione su temi programmatici omogenei e di ridare autorevolezza al Parlamento.
Perché soltanto un Parlamento autorevole potrà avviare la necessaria ed ineludibile stagione di riforme, per rendere più moderno, più efficiente e più competitivo il nostro Paese.
Per venire al terzo ed ultimo profilo, quello del “chi dovranno essere gli interpreti” della nuova formazione, e’ mia convinzione che elemento imprescindibile debba essere la capacità del nuovo soggetto politico di interpretare le istanze, le sensibilità, le ragioni ideali ed anche le diversità di tutte le componenti, nell’ambito di una organizzazione democratica e sussidiaria.
Un Partito cioè che sia capace di rimettere la Politica al centro del sistema e la Persona al centro della Politica, di confrontarsi sui programmi, di giocare il suo ruolo su temi quali ricerca, innovazione, meritocrazia, solidarietà, pari opportunità, equità sociale, giustizia.
“RINNOVARSI o PERIRE“, dicevano i padri del socialismo riformista.
Ed oggi rinnovarsi significa dar voce ad un Paese che vuole riprendere il cammino della crescita, adeguando i suoi strumenti alle nuove sfide globali di questo secolo, nell’ottica della integrazione, della tolleranza, della pace, della sicurezza.
E per far questo occorrerà costruire una organizzazione capace, sin dall’inizio, di aggregare tutte le componenti politiche (riformiste, moderate, liberali, di estrazione laica e cattolica), tutte le pluralità culturali (nel rispetto delle singole identità), nell’ambito di quel Partito-network che Berlusconi immagina come unico centro di produzione politico-culturale; un po’ sul modello dei partiti anglosassoni ed americani.
Con il voto di aprile gli italiani hanno chiesto chiarezza, linearità, rigore.
Hanno dato fiducia alle formazioni ed ai partiti che hanno sostenuto l’attuale Premier affinché, superate le conflittualità e le contrapposizioni, si governi nella coerenza e nella condivisione dei programmi.
In una recente intervista l’on. Capezzone, portavoce di Forza Italia, ha detto: “Nessuno dovrà sentirsi ospite in questa nuova casa”. Prendo come buon auspicio questa dichiarazione solenne. Se sarà vero lo vedremo a breve. Qualora non lo fosse, ciascuno di noi riprenderà, in autonomia, il suo percorso, forte delle proprie idee.
Ma in questa denegata ipotesi si sarà persa, forse, l’ultima occasione per ridare credibilità a tutto il sistema politico.

Aurelio Pariali
Coordinatore provinciale Nuovo PSI

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