martedì 22 aprile 2008

Come sarebbe uno Stato meno laico?

Il principio di laicità dello Stato è un elemento fondamentale della nostra Costituzione. Quella che a noi sembra una distinzione di funzioni ovvia tra potere temporale e potere spirituale al fine di mantenere ognuno (il rappresentante dello Stato e il Papa) la propria autonomia decisionale non è sempre stata così pacifica. L'inserimento di questo principio nella Costituzione del '48 ha avuto proprio lo scopo di ovviare a prese di posizione poco chiare e spesso opportunistiche (da entrambe le parti) in epoca fascista. Nel 1929 la sottoscrizione dei Patti Lateranensi che fondava lo Stato della Città del Vaticano e riconosceva l'indipendenza e la sovranità della Santa Sede aveva in realtà scopi occulti: il desiderio del Duce di avere l'appoggio del Pontefice e dei suoi fedeli nella scalata al potere e la preoccupazione del Papa verso l'espansione della cultura marxista-comunista, atea e anticlericale che poteva essere contrastata solo da uno Stato forte e autoritario.
Nel 1947 grazie alla presenza di alcuni esponenti vicini all'area cattolica all'interno dell'Assemblea Costituente riescono a vedersi riconfermati nella Carta i privilegi e i vantaggi economici ottenuti con i Patti del '29, ma nessuna ingerenza nella politica dello Stato.
Sono trascorsi ormai 60 anni dall'entrata in vigore della Carta Cotituzionale e molto è cambiato nella nostra società. Decenni di "dominio rosso" hanno relegato il pensiero e la morale cattolica a poco più che un fastidio per chi era al Governo e il Papa a una scomoda presenza da sopportare.
Ma cosa significherebbe oggi avere uno Stato un pò meno laico? Certo le prime questioni sulle quali ci troveremmo a discutere interesserebbero i c.d. "temi etici", aborto, fecondazione, assistita, ma dovremmo anche mettere in discussione di nuovo il divorzio.
Credo, però, che una presenza più effettiva ed incisiva della Chiesa Cattolica possa essere, oggi come in passato, di supporto allo Stato nel tentativo di risolvere problemi comuni come la presenza sempre più massiccia e preoccupante di immigrati di religione musulmana, i quali, come è risaputo, collocano le leggi dello Stato in una posizione subordinata rispetto ai precetti della loro religione. Di fronte a leggi di ispirazione divina possono solo tipologie di disposizioni analoghe. Troppe volte il nostro Stato si è dimostrato carente e assente sia nel versante normativo sia dal punto di vista dell'applicazione delle leggi in materia di sicurezza e, a mio avviso, in questo caso, a uno Stato debole deve sostituirsi una Fede forte.

Enrico Belletti

1 commento:

Anonimo ha detto...

Pubblichiamo un commento di Federico Bassi all'articolo.

Rispondo volentieri al tuo messaggio che, tra l'altro, ho appena ricevuto, aperto e letto.
Per secoli non c'è stato bisogno di una così netta distinzione tra laico e religioso; fatto significativo, questo, eloquente sul piano storico-sociale e soprattutto culturale: ci descrive il rapporto che intercorreva tra il reale e la persona, che legava l'uomo all'immanenza.
La verità non ha bisogno di distinguere così nettamente i due campi perché niente è separato dal destino verso il quale siamo incamminati, coscienti o incoscienti, volenti o nolenti. Tutti lo raggiungeremo, infatti tutti invecchiamo, è una legge inesorabile. La separazione delle cariche sulla terra è un espediente che meglio garantisce il controllo della fragilità umana, ma il modello ideale è uno: la monarchia assoluta con Cristo re dell'universo (tra l'altro solennità liturgica di conclusione dell'anno liturgico medesimo): tutto in Uno. Potere religioso e politico dovrebbero essere fortemente in accordo, dipendenti l'uno dall'altro: la politica al servizio della verità, che la religiosità individua, scopre. Gesù incontra gli uomini di qualsiasi tempo e cultura, non è decisivo che uno Stato sia laico o meno. Molto spesso la laicità è una copertura, una difesa per poter giustificare quel che piace o ciò che si vuole in contrasto con la religiosità, con la verità spesso scomoda. L'atteggiamento religioso, la religiosità (il cosiddetto spirituale) sono la base da cui partire per agire poi politicamente (laicità), la strada che lo Stato dovrebbe percorrere. Ultimamente, quindi, non sarebbe necessaria questa laicità se non per indicare, dal punto di vista vocazionale, chi si dedica a Dio totalmente e chi attraverso una via "più" mondana. La religiosità autentica è l'unica verità, l'unica via, l'unica vera identità. Purtroppo per gli eccessi umani, per la nostra condizione inficiata dal cosiddetto peccato originale, unica misteriosa spiegazione della contraddittorietà della nostra natura e della debolezza che continuamente riaffiora a scapito della coerenza al vero, la religiosità non si può vivere in maniera completamente adeguata alle circostanze senza che trapelino i nostri difetti ed interessi, insomma tutto ciò che c'è di male nella nostra umanità corrotta. Certo, un discorso simile può far sorridere, ma se uno guarda a sé e fa memoria di tutte quelle volte che ha mentito per qualsivoglia motivo, può facilmente rintracciare delle documentazioni o dei segni che testimoniano la presenza della ferita originale in noi.
Ciao.