Dopo giorni nei quali la confusione ha regnato sovrana sotto il cielo, le posizioni sono ora più chiare. La prossima competizione elettorale, per l'essenziale, propone un bipolarismo imperfetto: due "partiti-coalizione" egemoni - il Pd a sinistra, il Pdl a destra -; due poli minori, uno di centro e l'altro di sinistra radicale. Infine, alcune frattaglie di differente consistenza, che uno scriteriato decreto che in "zona Cesarini" ha annullato l'obbligo di raccolta delle firme per la presentazione delle liste contribuirà a far lievitare.
La novità più importante, anche perché maggiormente imprevista, consiste senz'altro nel divorzio tra lo schieramento unitario di centro-destra ritrovatosi sotto un simbolo unico collegato con quello della Lega, e l'Udc di Pier Ferdinando Casini. Se Veltroni è stato costretto a separarsi da Bertinotti per l'esito infausto della comune esperienza di governo, Berlusconi e Casini in apparenza avrebbero invece avuto ogni interesse a presentarsi nello stesso schieramento. Per l'esito elettorale, in questo caso, non vi sarebbe stata storia. Se dopo lunghi pensamenti non l'hanno fatto, vi saranno ragioni non banali, che per questo meritano d'essere indagate.
Non intendo con ciò negare quanto di empirico, di occasionale, di "troppo umano" vi è in ogni decisione politica. So che la politica è fatta dagli uomini i quali, a loro volta, sono fatti di carne, nervi e sangue. Per questo non ho dubbi che sulla "rottura" abbiano influito antichi dissapori mai realmente superati, orgogli feriti e lealtà consunte anche perché troppe volte messe a repentaglio negli ultimi quattordici anni. E neppure perdo di vista le piccole-grandi convenienze che un simbolo porta con sé e che vanno ben al di là dell'identità (parola abusata anche questa, un po' meno di "valori", ma che inizia anch'essa a divenire antipatica): soldi pubblici, autonomia di spesa, finanziamento alla stampa di partito. E la lista la si potrebbe facilmente allungare.
Il realismo, però, quando si spinge agli eccessi rischia di smarrire il senso più vero della realtà. In questa specifica circostanza, a me pare che sotto la contesa del simbolo vi sia anche qualcosa di strutturale e duraturo, che fa riferimento alle mentalità assai più che ai calcoli di bottega: tra Berlusconi e Casini, insomma, mi sembra si stia giocando una partita decisiva su come potrà strutturarsi il sistema politico italiano all'indomani di queste elezioni.
Il fatto è che il compromesso tra la vecchia democrazia dei partiti e una nuova democrazia maggioritaria, stabilitosi nel 1994 e prolungatosi fino a oggi, è andato definitivamente in crisi. La nascita del Pd, con il successivo avvento di Veltroni alla guida della sinistra, ha accelerato la fine di quell'equilibrio precario. Per il sistema oggi esistono due soli sbocchi possibili: o la restaurazione di un equilibrio più vicino a quello della prima Repubblica, costellato da tanti simboli diversi tra i quali il centro ritrovi una funzione anche in senso strettamente partitico, oppure la nascita di due "partiti-coalizione" a vocazione maggioritaria, riferimento obbligato per i rispettivi alleati minori, per cui al centro vengano a trovarsi gli elettori da conquistare assai più che partiti nuovi da edificare.
Il prologo di questa partita, in realtà, si è già giocato nel momento in cui si è provato a modificare la legge elettorale. Casini già in quell'occasione, con indiscutibile abilità, ha svolto un ruolo fondamentale nel determinare il passaggio dall'originaria proposta di Veltroni - che muoveva non senza imbarazzi verso un nuovo bipolarismo - alla seconda bozza Bianco che, nella realtà dei fatti, negava l'ipotesi originaria per rimettere l'esecutivo nelle mani dei partiti.
Nel cercare di comprendere quanto è accaduto in questi giorni, non va perso di vista quest'antefatto. Berlusconi, nel tentativo di gettare l'acqua sporca (frammentazione e coalizioni coatte) per salvare il bambino (la democrazia decidente), ha istintivamente operato nel senso di proseguire la "rivoluzione del 1994" nei modi e nelle forme consentiti da questa legge elettorale. Casini, invece, è convinto che per andare avanti sia necessario un più realistico ritorno indietro, condizionando la possibilità di manovra delle leadership carismatiche e ricollocando in un centro partitico il fulcro del sistema.
La partita non ha portata solo teorica. Sulla testa dell'esecutivo che uscirà dalle elezioni pende ancora, infatti, il referendum sulla legge elettorale. Grazie alla scelta del simbolo unico, se dalla campagna elettorale il nuovo assetto bipolare dovesse uscire rafforzato, lo scoglio del referendum potrà considerarsi superato. In tal caso è sin troppo ovvio che le future determinazioni sul sistema e sulla legge elettorale si compiranno in continuità con quanto materialmente si è già fissato. Se non si fosse fatta chiarezza, invece, la partita si sarebbe certamente riaperta, indipendentemente dal risultato conseguito dal simbolo centrista. E, con ogni probabilità, avremmo assistito, a parti invertite, alla pantomima della bozza Bianco 1, Bianco 2 e chi più ne ha più ne metta.
In fondo, nel tentativo di superare il compromesso sistemico stabilitosi a partire dal 1994, Berlusconi è dovuto tornare al 1994. Lo scudo crociato che probabilmente comparirà nelle regioni meridionali accanto al simbolo del nuovo partito unico del centro-destra non deve trarre in inganno. Con Berlusconi sono rimaste le forze che allora si affacciarono per la prima volta al governo del Paese: Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega. Mentre si sono staccati, e si ritrovano tutti insieme in una velleitaria pretesa centrista, quanti sono geneticamente collegati con l'ancien régime.
Il 1994 richiama anche un ulteriore ricorso storico. Il fatto che il Pd abbia preferito Di Pietro a socialisti e radicali ricorda che la sinistra tra giustizialismo e prudenza garantista, una volta ancora, abbia scelto il primo. La circostanza rende la caduta dell'esecutivo Prodi per mano di un magistrato "non competente" qualcosa di più di una circostanza: quasi una metafora.
La novità più importante, anche perché maggiormente imprevista, consiste senz'altro nel divorzio tra lo schieramento unitario di centro-destra ritrovatosi sotto un simbolo unico collegato con quello della Lega, e l'Udc di Pier Ferdinando Casini. Se Veltroni è stato costretto a separarsi da Bertinotti per l'esito infausto della comune esperienza di governo, Berlusconi e Casini in apparenza avrebbero invece avuto ogni interesse a presentarsi nello stesso schieramento. Per l'esito elettorale, in questo caso, non vi sarebbe stata storia. Se dopo lunghi pensamenti non l'hanno fatto, vi saranno ragioni non banali, che per questo meritano d'essere indagate.
Non intendo con ciò negare quanto di empirico, di occasionale, di "troppo umano" vi è in ogni decisione politica. So che la politica è fatta dagli uomini i quali, a loro volta, sono fatti di carne, nervi e sangue. Per questo non ho dubbi che sulla "rottura" abbiano influito antichi dissapori mai realmente superati, orgogli feriti e lealtà consunte anche perché troppe volte messe a repentaglio negli ultimi quattordici anni. E neppure perdo di vista le piccole-grandi convenienze che un simbolo porta con sé e che vanno ben al di là dell'identità (parola abusata anche questa, un po' meno di "valori", ma che inizia anch'essa a divenire antipatica): soldi pubblici, autonomia di spesa, finanziamento alla stampa di partito. E la lista la si potrebbe facilmente allungare.
Il realismo, però, quando si spinge agli eccessi rischia di smarrire il senso più vero della realtà. In questa specifica circostanza, a me pare che sotto la contesa del simbolo vi sia anche qualcosa di strutturale e duraturo, che fa riferimento alle mentalità assai più che ai calcoli di bottega: tra Berlusconi e Casini, insomma, mi sembra si stia giocando una partita decisiva su come potrà strutturarsi il sistema politico italiano all'indomani di queste elezioni.
Il fatto è che il compromesso tra la vecchia democrazia dei partiti e una nuova democrazia maggioritaria, stabilitosi nel 1994 e prolungatosi fino a oggi, è andato definitivamente in crisi. La nascita del Pd, con il successivo avvento di Veltroni alla guida della sinistra, ha accelerato la fine di quell'equilibrio precario. Per il sistema oggi esistono due soli sbocchi possibili: o la restaurazione di un equilibrio più vicino a quello della prima Repubblica, costellato da tanti simboli diversi tra i quali il centro ritrovi una funzione anche in senso strettamente partitico, oppure la nascita di due "partiti-coalizione" a vocazione maggioritaria, riferimento obbligato per i rispettivi alleati minori, per cui al centro vengano a trovarsi gli elettori da conquistare assai più che partiti nuovi da edificare.
Il prologo di questa partita, in realtà, si è già giocato nel momento in cui si è provato a modificare la legge elettorale. Casini già in quell'occasione, con indiscutibile abilità, ha svolto un ruolo fondamentale nel determinare il passaggio dall'originaria proposta di Veltroni - che muoveva non senza imbarazzi verso un nuovo bipolarismo - alla seconda bozza Bianco che, nella realtà dei fatti, negava l'ipotesi originaria per rimettere l'esecutivo nelle mani dei partiti.
Nel cercare di comprendere quanto è accaduto in questi giorni, non va perso di vista quest'antefatto. Berlusconi, nel tentativo di gettare l'acqua sporca (frammentazione e coalizioni coatte) per salvare il bambino (la democrazia decidente), ha istintivamente operato nel senso di proseguire la "rivoluzione del 1994" nei modi e nelle forme consentiti da questa legge elettorale. Casini, invece, è convinto che per andare avanti sia necessario un più realistico ritorno indietro, condizionando la possibilità di manovra delle leadership carismatiche e ricollocando in un centro partitico il fulcro del sistema.
La partita non ha portata solo teorica. Sulla testa dell'esecutivo che uscirà dalle elezioni pende ancora, infatti, il referendum sulla legge elettorale. Grazie alla scelta del simbolo unico, se dalla campagna elettorale il nuovo assetto bipolare dovesse uscire rafforzato, lo scoglio del referendum potrà considerarsi superato. In tal caso è sin troppo ovvio che le future determinazioni sul sistema e sulla legge elettorale si compiranno in continuità con quanto materialmente si è già fissato. Se non si fosse fatta chiarezza, invece, la partita si sarebbe certamente riaperta, indipendentemente dal risultato conseguito dal simbolo centrista. E, con ogni probabilità, avremmo assistito, a parti invertite, alla pantomima della bozza Bianco 1, Bianco 2 e chi più ne ha più ne metta.
In fondo, nel tentativo di superare il compromesso sistemico stabilitosi a partire dal 1994, Berlusconi è dovuto tornare al 1994. Lo scudo crociato che probabilmente comparirà nelle regioni meridionali accanto al simbolo del nuovo partito unico del centro-destra non deve trarre in inganno. Con Berlusconi sono rimaste le forze che allora si affacciarono per la prima volta al governo del Paese: Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega. Mentre si sono staccati, e si ritrovano tutti insieme in una velleitaria pretesa centrista, quanti sono geneticamente collegati con l'ancien régime.
Il 1994 richiama anche un ulteriore ricorso storico. Il fatto che il Pd abbia preferito Di Pietro a socialisti e radicali ricorda che la sinistra tra giustizialismo e prudenza garantista, una volta ancora, abbia scelto il primo. La circostanza rende la caduta dell'esecutivo Prodi per mano di un magistrato "non competente" qualcosa di più di una circostanza: quasi una metafora.
Gaetano Quaglieriello
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