venerdì 29 febbraio 2008

Il Circolo della Libertà verso il Popolo della Libertà

Sabato 1 e Domenica 2 Marzo a Portomaggiore, così come in tutte le piazze italiane, verrà allestito il gazebo, che sarà presidiato da rappresentanze di tutte le forze politiche e associazioni locali che confluiranno nel Popolo delle Libertà , presso il quale i cittadini potranno dire la loro sulle priorità di programma che il Pdl dovrà affrontare in caso di vittoria alle prossime elezioni.

Tre le tematiche, sulle quali i portuensi potranno esprimersi: SICUREZZA – FAMIGLIA – SVILUPPO e LAVORO. Partecipando alle primarie sul programma, dunque, i cittadini avranno finalmente la possibilità di dare il loro personale contributo alla definizione degli obiettivi della grande e neonata coalizione politica.

Tra gli organizzatori dell’iniziativa anche i giovani componenti del Circolo delle libertà della cittadina , che hanno inaugurato le loro attività il 25 Novembre scorso e che intendono proseguire il loro lavoro partecipando a tutte le iniziative che danno voce ai bisogni dei cittadini.


mercoledì 27 febbraio 2008

Chi ben comincia...

Si è svolto a Portomaggiore, presso l’Aula Magna del Polo Scolastico, il primo incontro tra i numerosi soci e simpatizzanti delle associazioni portuensi “Circolo della Libertà” e “Vivi Portomaggiore – Lista Civica”.

Nato solo da pochi mesi, il Circolo della Libertà conta già numerosi aderenti, per lo più giovani, che hanno colto con entusiasmo la nascita di una associazione che vuole dare corpo e voce a tutte quelle persone che non trovano più un’adeguata rappresentanza nei vecchi rituali della politica.

Sui temi dello Sviluppo del Territorio portuense, in particolare, il confronto con la formazione civica “Vivi Portomaggiore”, presente in Consiglio comunale con quattro rappresentanti e prima forza di opposizione, ha evidenziato quanto sia necessario favorire la maggiore sintonia tra eletti ed elettori, secondo un percorso che, nascendo dal basso, si faccia veramente interprete dei bisogni del popolo e favorisca la vera partecipazione civica.

Durante l’incontro sono state individuate le modalità per avviare una collaborazione che, sia attraverso l’attività consigliare, che direttamente tra i portuensi, possa dar voce ancor più forte alle tante istanze che troppo spesso hanno trovato sorda l’attuale amministrazione comunale.

Giudicando positivamente il clima che si è instaurato fra le due componenti, l’impegno assunto è quello di rendere periodici i momenti di confronto e dialogo, nel rispetto delle distinte identità, e consolidando le molte omogeneità d’intenti riscontrate.

All’incontro ha portato il proprio contributo esterno anche la neonata componente politica dei Popolari Liberali, rappresentata da Francesca Bianchi, aderente al nuovo progetto politico nazionale del “Popolo della Libertà”.


Alberto Vacchi (Presidente del Circolo della Libertà di Portomaggiore)
Aurelio Pariali (Capogruppo di Vivi Portomaggiore)


lunedì 25 febbraio 2008

Si scrive Veltroni ma si legge Prodi...

Ha ragione Giuliano Cazzola, che da queste colonne ammonisce a smascherare l’imbroglio di Veltroni, uno che “parla, propone e dispone come se, dal 2006 ad oggi, fosse rimasto seduto sui banchi dell’opposizione.

Un vero camaleonte, il sindaco di Roma, pronto a buttarsi sulla preda (l’elettore ingenuo) cambiando colore della pelle a seconda delle opportunità.

Ormai la “Veltroneide” (intesa come arte del negazionismo politico senza pudore) è ricca di argomenti, che si fondano tutti sul presupposto (fasullo) della “diversità” del programma veltroniano rispetto all’azione di governo di cui il partito democratico (quello guidato da Veltroni) è stato ed è l’azionista di maggioranza.

Chiunque (con un po’ di sale in zucca ed un minimo di memoria per la cronaca politica degli ultimi due mesi) legga i 12 punti del programma presentato da Veltroni si trova nella irritante condizione di pensare: ma Walter ci è o ci fa? Dice tutto il contrario di quanto ha fatto il governo Prodi, ma chi ha governato con lui? La fata Turchina? Di che partito sono i ministri che ci hanno (s)governato se non del PD? E Visco cos’è, un infiltrato di Forza Italia?

Veltroni pensa di cancellare questa invincibile evidenza reale ricorrendo ad un trucco: il “ma-anchismo”, una nuova (pessima) categoria della politica che si sublima nell’eterno dilemma tra apparenza e realtà, tra vero e falso, in un gioco di prestigio che nasconde l’inganno: rosso “ma anche” nero, liberista “ma anche” un po’ statalista, contro la legge elettorale votata dal centrodestra “ma anche” così a favore della stessa da averla utilizzata (pari pari) per le primarie del PD.

E’ questa la vera essenza del “veltronismo” e della “veltronomics”, quell’ardito essere in costante equilibrio precario tra una decisione e l’altra, tra una certezza ed il suo contrario, allo scopo di accontentare tutti e non scontentare nessuno, una serie di inebrianti giri di walzer a cui il segretario del PD è costretto dall’imbarazzo di dover far dimenticare ai suoi elettori i disastri provocati in 24 mesi dal governo guidato dal presidente del suo stesso partito.

La stessa insostenibile leggerezza che si permette un campione della simpatia come il ministro D’Alema, che usa i soliti toni sprezzanti per l’odiato Berlusconi (“è così vecchio che sembra un reperto archeologico, non può governare”) ma manda alla Presidenza della Repubblica un collega di partito che ha 15 anni più del Cavaliere. E’ la stessa spregevole ipocrisia che strumentalizza le morti sul lavoro della Thyssen per mettere in lista l’operaio sopravvissuto, incolpevole specchietto per le allodole elettorali.

E il bello è che questi signori parlano di etica della politica!

Allora perché meravigliarsi se il Walter-mister Hide (quello che è in politica da 35 anni, che ha governato con Prodi nel ’96, che ha condiviso tutte le scelte dell’attuale governo Prodi) si trasforma in un vergine Veltroni-dottor Jeckyll e pretende di convincerci che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) ridurrà le tasse, che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) aumenterà la sicurezza nelle città, che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) non farà altri indulti e affermerà la certezza della pena, che (al contrario di quanto ha fatto il governo Prodi) risolverà il problema dei rifiuti di Napoli, farà la TAV, renderà gli italiani felici eccetera eccetera eccetera?

Berlusconi dice: Veltroni copia il nostro programma. Apparentemente è così, tutte le idee più forti sono prese dal programma della CdL del 2006. Ma la differenza profonda e incolmabile tra la proposta politica di Veltroni e quella di Berlusconi sta nella coerenza delle cose che si dicono e nella credibilità di chi le dice: Berlusconi quelle politiche liberiste le ha realizzate quando è stato al governo, Veltroni le ha sempre contrastate con forza, in Parlamento e nelle piazze.

Ecco dunque svelato il Veltroni più autentico, quello più spudorato e cinico, quello che sta con Prodi “ma anche” contro le sue politiche economiche; quello che sostiene l’indulto “ma anche” la certezza della pena; quello che aumenta il costo del lavoro per i giovani precari “ma anche” propone di aumentarne gli stipendi per legge (come avviene ormai solo a Cuba).

Si scrive Veltroni ma si legge Prodi: questa è la morale.

Questo modo di fare politica è tutto tranne che nuovo, anzi, sa di vecchio, di ammuffito, di prima repubblica. Non convince e non può convincere. O almeno non dovrebbe: il dubbio è che molti cittadini elettori abbiano ormai perso il gusto e l’olfatto, che basti un po’ di spezie (e di televisione) e il gioco è fatto, il senso di vecchio è coperto e l’elettore è fregato.

Confidiamo nel fatto che gli italiani non si faranno fregare, confidiamo nell’impegno di Berlusconi e nella chiarezza e coerenza delle sue proposte, confidiamo negli strumenti di informazione (come L’Occidentale) che hanno ancora la dignità di non piegarsi al conformismo culturale di una sinistra intollerante e truffaldina.

di Roberto Maroni

martedì 19 febbraio 2008

Berlusconi e Casini: cosa c'è sotto il simbolo?

Dopo giorni nei quali la confusione ha regnato sovrana sotto il cielo, le posizioni sono ora più chiare. La prossima competizione elettorale, per l'essenziale, propone un bipolarismo imperfetto: due "partiti-coalizione" egemoni - il Pd a sinistra, il Pdl a destra -; due poli minori, uno di centro e l'altro di sinistra radicale. Infine, alcune frattaglie di differente consistenza, che uno scriteriato decreto che in "zona Cesarini" ha annullato l'obbligo di raccolta delle firme per la presentazione delle liste contribuirà a far lievitare.

La novità più importante, anche perché maggiormente imprevista, consiste senz'altro nel divorzio tra lo schieramento unitario di centro-destra ritrovatosi sotto un simbolo unico collegato con quello della Lega, e l'Udc di Pier Ferdinando Casini. Se Veltroni è stato costretto a separarsi da Bertinotti per l'esito infausto della comune esperienza di governo, Berlusconi e Casini in apparenza avrebbero invece avuto ogni interesse a presentarsi nello stesso schieramento. Per l'esito elettorale, in questo caso, non vi sarebbe stata storia. Se dopo lunghi pensamenti non l'hanno fatto, vi saranno ragioni non banali, che per questo meritano d'essere indagate.

Non intendo con ciò negare quanto di empirico, di occasionale, di "troppo umano" vi è in ogni decisione politica. So che la politica è fatta dagli uomini i quali, a loro volta, sono fatti di carne, nervi e sangue. Per questo non ho dubbi che sulla "rottura" abbiano influito antichi dissapori mai realmente superati, orgogli feriti e lealtà consunte anche perché troppe volte messe a repentaglio negli ultimi quattordici anni. E neppure perdo di vista le piccole-grandi convenienze che un simbolo porta con sé e che vanno ben al di là dell'identità (parola abusata anche questa, un po' meno di "valori", ma che inizia anch'essa a divenire antipatica): soldi pubblici, autonomia di spesa, finanziamento alla stampa di partito. E la lista la si potrebbe facilmente allungare.

Il realismo, però, quando si spinge agli eccessi rischia di smarrire il senso più vero della realtà. In questa specifica circostanza, a me pare che sotto la contesa del simbolo vi sia anche qualcosa di strutturale e duraturo, che fa riferimento alle mentalità assai più che ai calcoli di bottega: tra Berlusconi e Casini, insomma, mi sembra si stia giocando una partita decisiva su come potrà strutturarsi il sistema politico italiano all'indomani di queste elezioni.

Il fatto è che il compromesso tra la vecchia democrazia dei partiti e una nuova democrazia maggioritaria, stabilitosi nel 1994 e prolungatosi fino a oggi, è andato definitivamente in crisi. La nascita del Pd, con il successivo avvento di Veltroni alla guida della sinistra, ha accelerato la fine di quell'equilibrio precario. Per il sistema oggi esistono due soli sbocchi possibili: o la restaurazione di un equilibrio più vicino a quello della prima Repubblica, costellato da tanti simboli diversi tra i quali il centro ritrovi una funzione anche in senso strettamente partitico, oppure la nascita di due "partiti-coalizione" a vocazione maggioritaria, riferimento obbligato per i rispettivi alleati minori, per cui al centro vengano a trovarsi gli elettori da conquistare assai più che partiti nuovi da edificare.

Il prologo di questa partita, in realtà, si è già giocato nel momento in cui si è provato a modificare la legge elettorale. Casini già in quell'occasione, con indiscutibile abilità, ha svolto un ruolo fondamentale nel determinare il passaggio dall'originaria proposta di Veltroni - che muoveva non senza imbarazzi verso un nuovo bipolarismo - alla seconda bozza Bianco che, nella realtà dei fatti, negava l'ipotesi originaria per rimettere l'esecutivo nelle mani dei partiti.

Nel cercare di comprendere quanto è accaduto in questi giorni, non va perso di vista quest'antefatto. Berlusconi, nel tentativo di gettare l'acqua sporca (frammentazione e coalizioni coatte) per salvare il bambino (la democrazia decidente), ha istintivamente operato nel senso di proseguire la "rivoluzione del 1994" nei modi e nelle forme consentiti da questa legge elettorale. Casini, invece, è convinto che per andare avanti sia necessario un più realistico ritorno indietro, condizionando la possibilità di manovra delle leadership carismatiche e ricollocando in un centro partitico il fulcro del sistema.

La partita non ha portata solo teorica. Sulla testa dell'esecutivo che uscirà dalle elezioni pende ancora, infatti, il referendum sulla legge elettorale. Grazie alla scelta del simbolo unico, se dalla campagna elettorale il nuovo assetto bipolare dovesse uscire rafforzato, lo scoglio del referendum potrà considerarsi superato. In tal caso è sin troppo ovvio che le future determinazioni sul sistema e sulla legge elettorale si compiranno in continuità con quanto materialmente si è già fissato. Se non si fosse fatta chiarezza, invece, la partita si sarebbe certamente riaperta, indipendentemente dal risultato conseguito dal simbolo centrista. E, con ogni probabilità, avremmo assistito, a parti invertite, alla pantomima della bozza Bianco 1, Bianco 2 e chi più ne ha più ne metta.

In fondo, nel tentativo di superare il compromesso sistemico stabilitosi a partire dal 1994, Berlusconi è dovuto tornare al 1994. Lo scudo crociato che probabilmente comparirà nelle regioni meridionali accanto al simbolo del nuovo partito unico del centro-destra non deve trarre in inganno. Con Berlusconi sono rimaste le forze che allora si affacciarono per la prima volta al governo del Paese: Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega. Mentre si sono staccati, e si ritrovano tutti insieme in una velleitaria pretesa centrista, quanti sono geneticamente collegati con l'ancien régime.

Il 1994 richiama anche un ulteriore ricorso storico. Il fatto che il Pd abbia preferito Di Pietro a socialisti e radicali ricorda che la sinistra tra giustizialismo e prudenza garantista, una volta ancora, abbia scelto il primo. La circostanza rende la caduta dell'esecutivo Prodi per mano di un magistrato "non competente" qualcosa di più di una circostanza: quasi una metafora.

Gaetano Quaglieriello

domenica 10 febbraio 2008

BARBIERI, “CARPE DIEM”

Con lo scioglimento delle Camere e la fissazione della data delle elezioni politiche, è partita anche la corsa alle candidature.

Portomaggiore, nelle recenti competizioni sia del 2001 che del 2006 è stata in qualche modo protagonista, pur con esiti diversi, di tali avvenimenti:

  1. nel 2001, con la candidatura alla Camera del Sindaco Pariali nel Collegio uninominale Cento-Portomaggiore, per la Casa delle Libertà, primo dei non eletti in Emilia Romagna;

  2. nel 2006 con la elezione (se pur in un Collegio marchigiano) del Consigliere Fernando Rossi nelle file dei Comunisti Italiani di Diliberto, poi espulso dallo stesso per le note vicende di cui è stato protagonista nazionale.

Ricordiamo questi episodi perché riteniamo che anche oggi l’appuntamento del 13 Aprile prossimo, possa costituire una opportunità per la nostra Cittadina.

Come previsto dalla Legge infatti, i Sindaci attualmente in carica che saranno candidati al Parlamento, dai rispettivi partiti (come ad esempio Veltroni a Roma), dovranno dimettersi dalla loro carica e mandare al voto anche i propri concittadini.

Perché allora non offrire questa opportunità anche ai portuensi?

Il Sindaco Barbieri, a nostro avviso dovrebbe riflettere e chiedersi se non sia giunto il momento di staccare la spina:

  1. egli potrà dimostrare ai più alti livelli le sue doti di riformista, doti da se medesimo attribuite durante le sue esternazioni sulla stampa ferrarese;

  2. i Portuensi potranno vedere chiusa anche nel loro Comune la fase del cosiddetto “Prodismo”, aprendo così la strada ad un nuovo capitolo della vita amministrativa comunale.

Barbieri…”Carpe diem!


I consiglieri comunali di

Vivi Portomaggiore – Lista Civica”

Aurelio Pariali – Michele Grilanda - Enrico Menegatti – Roberto Bulzoni

sabato 9 febbraio 2008

La scelta giusta di Fini


Forza Italia e Alleanza nazionale si fondono in un nuovo soggetto politico che prende il nome di Popolo delle Libertà e si presenteranno quindi sotto un unico simbolo alle prossime consultazioni politiche di aprile. Quello che nessuno, fino a poche settimane fa, poteva immaginare è in realtà avvenuto. Finalmente hanno vinto l'intelligenza e la lungimiranza politica e sono stati messi da parte orgoglio e personalismo.
Berlusconi a dicembre, con la creazione del "contenitore" il Popolo delle Libertà, aveva creato le premesse idonee a dar vita a questo tipo di fusione, da molti vista, inizialmente, come molto pericolosa e avente scarse probabilità di successo. Proprio il partito di Fini, rifiutando seccamente la proposta, si era arroccato nei propri fortini interrompendo il dialogo con il Cavaliere e i suoi collaboratori, creando scalpore e malcontento nel popolo del centro-destra.
Ma la scelta del leader di AN di venire a più miti consigli si è rivelata obbligata da diversi fattori: innanzitutto si tratta dell'unico modo per consentire ad Alleanza Nazionale di confluire nel PPE, dal quale altrimenti sarebbe stata esclusa, inoltre la "scissione" di alcuni membri di spicco e la conseguente creazione de La Destra aveva già mutilato il partito di alcuni punti percentuale, in terzo luogo era l'elettorato stesso che lo chiedeva, perchè FI e AN hanno dimostrato, nei cinque anni di legislatura, di avere molti più punti di contatto di quelli di separazione.
Mi auguro e credo che non si tratti solo di un espediente per assicurarsi la vittoria elettorale (tra l'altro, comunque, già ampiamente prevista), ritengo e spero, invece, sia il primo importante passo per la nascita di un grande partito aperto a tutti coloro che ne condividono i valori e i programmi, riunendo in sè le varie anime ed esperienze del centro-destra, con l'obiettivo di creare un Governo politicamente compatto e incisivo sui gravi problemi che affliggono il nostro Paese.

Enrico Belletti