mercoledì 30 gennaio 2008

Perchè bisogna andare subito al voto.


E' di poco fa la decisione del Capo dello Stato di attribuire all'ex Presidente del Senato Marini un incarico esplorativo per valutare la sussistenza delle condizioni per la modifica della legge elettorale, nonostante, dopo la caduta del Governo molti partiti, non solo del centro-destra, si siano pronunciati in senso favorevole alle elezioni anticipate, interpretando anche gli umori dei cittadini.
La "buona volontà" di Marini è però destinata a concludersi con un insuccesso: le consultazioni, che comincieranno già domani, hanno un risultato scontato e già noto e questo periodo, dalla durata ancora sconosciuta, non avrà alcuna conseguenza utile per il Paese.
Andare subito alle urne era la soluzione migliore. Perchè lo chiedono gli italiani a gran voce da tempo. Perchè la legge elettorale è solo il capro espiatorio degli insuccessi dell'ex maggioranza e crea molte più preoccupazioni al centro-sinistra a causa della sua frammentarietà interna e di ideali. Perchè è solo una subdola scusa per prendere tempo e cercare disperatamente di recuperare i consensi perduti durante questi 20 mesi di malgoverno. Perchè l'Italia sta diventando il Paese dei commissari e dei commissariamenti, dove la responsabilità degli atti viene tramandata di volta in volta, da persona a persona.
Ecco perchè mi auguro che questa inutile e scenica pagliacciata finisca presto e si torni subito al voto. Solo così si può dare all'Italia un Governo di responsabilità e agli italiani ridare fiducia attraverso una classe politica organizzata e seria.

Enrico Belletti

martedì 29 gennaio 2008

Con il popolo delle Lbertà verso le elezioni.

Questa non dovrà essere una crisi come lo sono state tante altre in sessant'anni di Repubblica. Se nonostante gli indegni balletti di Prodi si andasse alle elezioni - e io spero ardentemente che ci si possa andare al più presto, per il bene del Paese - non basterà dunque cambiare Governo. Bisognerà anche cambiare molto di questo sistema politico che pare arrivato anch'esso ormai al capolinea. Serve quello spirito di novità che ha affermato Silvio Berlusconi fondando il Popolo della Libertà. Non si tratta soltanto di rimettere in sesto il Paese, ma di ripristinare quei principi e quei valori di libertà e poi quei programmi di sviluppo e quei metodi di gestione della cosa pubblica che il Governo Prodi, in questi due anni, ha distrutto al punto da lasciarci in eredità soltanto macerie.
Alle elezioni il Popolo della Libertà vincerà. Ne sono convinta. E con esso otterranno importanti risultati anche tutti i partiti che oggi si riconoscono nello schieramento del centrodestra. Ma c'è una ragione di questo successo annunciato: il Popolo della Libertà rappresenta quei milioni di donne e di uomini che non chiedono solo un Governo capace, efficiente e onesto. Gli italiani che si riconoscono nel Popolo della Libertà sono quelli che vogliono opporsi a quel sentimento di sfiducia - tra cittadini e Istituzioni e soprattutto tra cittadini e politica - che in questi giorni tanti stanno documentando.
Noi lo abbiamo capito per tempo e mi auguro che altri abbiano chiara la stessa percezione: senza un cambiamento radicale del modo stesso di fare politica, c'è il rischio di ripetere gli errori che nel passato hanno fatto nascere, crescere e alimentare quell'indegna casta che ha sostituito i propri interessi a quelli dei cittadini.
Probabilmente, senza il malgoverno di Prodi, non saremmo arrivati a tanto. Ma ora è questa la realtà che abbiamo di fronte e non possiamo far finta di non vederla, oppure di sottovalutarne valenza, portata e dimensioni. E aggiungo: giusto, anzi indispensabile varare, quando ciò sarà possibile, una riforma elettorale che porti alla creazione di grandi partiti che assicurino maggiore stabilità alle Istituzioni e più ampi poteri decisionali a chi ha il compito di governare. Così come è giusto prepararsi a quelle riforme di cui il nostro Paese ha assoluto bisogno per riprendere la via dello sviluppo. Ma prima di tutto è urgente realizzare un modello di organizzazione che operi dentro la società civile, dando finalmente al cittadino tutti i poteri che, anche quando si tratta di fare politica, egli giustamente pretende e che gli vanno riconosciuti. Da quello di eleggere direttamente i rappresentanti che egli ritiene più idonei, per la loro funzione, a quello di designare direttamente le persone che devono entrare a far parte di amministrazioni e istituzioni pubbliche, per non parlare poi delle strategie e delle priorità che riguardano i programmi. Lo abbiamo detto più volte, ma vale la pena di ripeterlo: è finita l'epoca in cui l'elettore si limitava a firmare cambiali in bianco al deputato, all'assessore o al consigliere comunale di turno, per poi scomparire di scena fino alla prossima consultazione. Ora è il cittadino che vuol fare politica in prima persona, decidendo nomi, cognomi e poi anche priorità dei programmi su cui devono lavorare giunte regionali, sindaci e poi Governo centrale e Parlamento. Ecco che allora, al posto della casta politica attuale, autoreferenziale, verticistica e spesso pletorica e improduttiva, subentra una nuova classe dirigente: quella dei cittadini.
Questo è lo spirito che anima chi sta lavorando nel nostro movimento e nel Popolo della Libertà. Questo è l'obiettivo di chi, seguendo la "rivoluzione del predellino" di Silvio Berlusconi, si sta impegnando a cambiare il volto della politica. Quando gli italiani finalmente potranno tornare alle urne - e sono certa che aderiranno in massa alla proposta del Popolo della Libertà - pretenderanno il doppio impegno che ci siamo solennemente presi: quello del Governo, per risanare, gestire e poi rinnovare questo Paese, realizzando le riforme che saranno necessarie; ma anche quello di non considerare mai più i cittadini dei semplici numeri su cui contare solo al momento delle elezioni.
In Italia deve ripartire quella grande rivoluzione liberale necessaria per ridare futuro al Paese.

Michela Vittoria Brambilla

giovedì 24 gennaio 2008

L'ultimo ricatto


Finalmente qualcuno si è deciso a staccare la spina a questo Governo verso il quale da tempo i suoi componenti si accanivano terapeuticamente per mantenerlo in vita. Peccato però che la decisione di uscire dalla maggioranza da parte dell'Udeur (con la conseguente caduta del Governo) sia dipeso da fatti che hanno molto poco del politico in senso nobile, ma, al contrario, riguardano fatti personali politicizzati. La situazione non è crollata, come doveva essere, per motivi legati alla irrealizzabilità del programma o alla visione conflittuale degli obiettivi dei vari partiti che componevano la maggioranza (dai liberali moderati di Dini agli estremisti di sinistra come Turigliatto), ma per una sorta di ripicca, di vendetta per aver osato ostacolare gli interessi partitocratici difesi dall'ormai noto motto "così fan tutti..."
Raggiunto il risultato liberatorio dalla morsa soffocante del Governo Prodi si rischia di ignorare (a torto) il percorso che ci ha portati a questo punto. Già da tempo, infatti, i componenti della maggioranza mostravano chiari segni di insofferenza, da Dini, ai Comunisti, e fino allo stesso Veltroni, che pochi giorni fa aveva dichiarato di voler "correre da solo", in ogni caso, affermando implicitamente l'impossibilità di ripetere un'esperienza di Governo così "variegata", senza però alcuna assunzione di responsabilità da parte di nessuno, o una presa di posizione coerente con i propri stati d'animo ed esternazioni.
Fin dall'inizio Prodi ha dovuto mediare o, meglio, cedere ai ricatti e alle pretese dei suoi alleati, dando, come si suol dire, un colpo al cerchio e uno alla botte, con la conseguenza di portare il Paese nello stato disastroso in cui si trova, cercando disperatamente di tenere uniti interessi e visioni completamente diversi e spesso conflittuali.
E' importante, invece, trarre le opportune conclusioni da questa vicenda, perchè ciò che si può affermare con certezza è che l'unico pungolo idoneo a smuovere una situazione paradossale, deprimente e incompatibile con il bene del Paese è l'interesse particolare del singolo uomo politico o del suo partito e non la voce, sempre più alta, della protesta dei cittadini.

Enrico Belletti

venerdì 18 gennaio 2008

Buoni spesa: così non si risolve il problema...

Ieri sera in Consiglio Comunale si è discusso un punto dell'o.d.g. relativo alla modifica dei sussidi economici alle famiglie disagiate portuensi, modificando i famosi quanto contestati "buoni spesa" in aiuti economici diretti al parziale sostegno al pagamento delle utenze domestiche (acqua, luce, gas, TIA).
Già nel giugno 2007 il sottoscritto aveva denunciato e reso pubblico attraverso il periodico "Al Foi", l'inefficienza e la scarsa controllabilità di questo tipo di sovvenzioni. La nuova soluzione adottata dall'Amministrazione non mira, però, alla soluzione del problema, ma si rivelerà solo un tampone con scarsissimi effetti pratici. E' necessario infatti non tanto aumentare l'importo o la modalità delle "elemosine", quanto agire sulle condizioni che provocano lo stato di indigenza delle famiglie. Portomaggiore è uno dei Comuni con la tassazione più elevata, a carico dei propri concittadini, della provincia di Ferrara. Indubbiamente la Finanziaria 2007 (voluta e votata dalla Sinistra), che ha ridotto notevolmente l'assegnazione di fondi pubblici agli Enti Locali, non ha aiutato, ma gli spazi per agire ci sono.
Per quei servizi erogati da società legate al Comune da rapporti di in house providing (e quindi partecipate dal Comune), nei confronti dei quali l'Amministrazione portuense si propone di sostenerne parzialmente i costi, sarebbe, invece, più opportuno che effettuasse un controllo e una "calmierazione" delle tariffe, ormai giunte a livelli esorbitanti e non più sostenibili da molti cittadini. E' assurdo, infatti, consentire l'aumento indiscriminato e indistinto dei costi dei servizi per poi sostenere economicamente chi non ce la fa a pagarli. Un atteggiamento politico-economico di questo tipo avrà come effetto un incremento sempre maggiore del numero di famiglie che si troveranno in difficoltà, perchè obbligate a sostenere anche i costi degli indigenti, fino al collasso quando anche i sussidi comunali finiranno.

Enrico Belletti

sabato 12 gennaio 2008

Emilia Romagna pattumiera d'Italia.

La giunta Errani si è dimostrare essere ancora una volta quello che è: subordinata ai voleri di Prodi e compagni. Non importa il prezzo che i cittadini dell’Emilia Romagna dovranno pagare in termini di disagio e di malattie! Ricordiamoci che questa Regione è uno dei luoghi più inquinati del mondo, con una percentuale di tumori in crescita vertiginosa e con un’altissima diffusione di malattie croniche dell’apparato respiratorio (per favore non diamo colpa alle sigarette, visto che qui i fumatori sono meno che in altre zone d’Italia e del mondo!). Tra i più colpiti ci sono soprattutto i bambini e basta chiedere conferma ai pediatri, per rendersi conto degli effetti del degrado ecologico nelle nostre zone. Ora questa situazione è provocata sia dall’elevata industrializzazione, sia da condizioni geografiche e atmosferiche che comportano la stagnazione di un aerosol di particelle inquinante negli strati più bassi dell’aria. Basta andare nelle nostre vicine colline per rendersi conto dello strato grigio che avvolge tutta la Pianura Padana. Perciò l’Emilia Romagna è il luogo meno indicato per lo smaltimento dei rifiuti campani.

Nel frattempo qualcuno mi deve spiegare a cosa serve il blocco del traffico automobilistico, con i disagi che questo comporta e gli scarsissimi risultati che produce in termini di riduzione degli inquinanti in sospensione, quando ci viene imposto di bruciare rifiuti ad alta tossicità senza alcun tipo di differenziazione (in Campania la raccolta differenziata è soltanto sulla carta: in mezzo ai rifiuti urbani troviamo anche rifiuti tossico-nocivi di derivazione industriale).

Ci spieghino i nostri amministratori perché si costruiscono nuovi inceneritori, se addirittura con quelli che abbiamo riusciamo a bruciare i rifiuti provenienti da altre regioni: forse è solo un business per qualcuno?

Né voglio infierire commentando le dichiarazioni fatte dai vari assessori che soltanto qualche mese fa ci avevano dato l’assoluta garanzia che nelle nostre terre non si sarebbero smaltiti rifiuti di provenienza extraregionale. Ma tanto siamo abituati alle loro “eco-balle”!

Infine vorrei ricordare che in passato l’Emilia Romagna ha già fatto anche troppo, occupandosi dello stoccaggio dei fusti tossici della nave tedesca Karin B (che trasportava rifiuti pericolosi prodotti da aziende italiane e che nessuno voleva), dello smaltimento delle 8 mila tonnellate di rifiuti tossici trasportati della nave Hai-Xiong, fino ad arrivare allo smaltimento di 60 mila tonnellate di rifiuti speciali o tossico-nocivi provenienti da discariche abusive.

Esiste un sottile confine tra l’essere solidali e generosi ed essere fessi. Credo proprio che i nostri amministratori e la gente che subisce senza ribellarsi, questo limite l’abbiano già oltrepassato.

Che d’ora in poi ogni regione si smaltisca i suoi rifiuti, come accade ovunque, anche in Paesi che sulla carta sono meno civili del nostro.

Giovanni Bertoldi


martedì 8 gennaio 2008

Gli italiani vogliono il bipartitismo.

Gli italiani dicono sì al bipartitismo e auspicano un accordo all'interno del Parlamento per arrivare a nuova legge elettorale. Questo il risultato del sondaggio effettuato dall'istituto Ferrari Nasi & Grisantelli per "Il Giornale della Libertà", in edicola domani, venerdì 4 gennaio, allegato al quotidiano "Il Giornale".
Dall'indagine è emerso che il 54% degli intervistati è favorevole a un premio di maggioranza per il partito più grande all'interno della coalizione vincitrice, in virtù del quale partiti e partitelli dovrebbero fondersi in due unici grandi partiti. Una novità che sei italiani su dieci (58,8%) si augurano venga introdotta con un accordo in Parlamento, eventualità che consentirebbe di evitare il referendum sulla legge elettorale, del quale peraltro solo un italiano su due (52%) è a conoscenza.

mercoledì 2 gennaio 2008

Fuori le offerte e decidano i cittadini.

La chiusura o il declassamento dell'hub di Malpensa? «Un'umiliazione per tutto il Nord». La vendita di Alitalia ai francesi? «Un grosso danno per l'Italia». I precari della compagnia di bandiera? «I lavoratori più tutelati». Michela Brambilla accende i motori del suo caccia e rolla sulla pista. Pronta al decollo per fermare la Pearl Habor dell'aeronautica civile italiana. «La cessione di Alitalia in mani francesi significa chiudere o comunque ridimensionare l'hub di Malpensa - mitraglia la Brambilla -. La Lombardia e il Nord ne sono penalizzati. Ha della follia chiudere Malpensa. Tutta questa faccenda è stata gestita in modo poco chiaro ed è la conseguenza della cattiva gestione di Alitalia che si è trascinata per anni». Parole e musica con cui la leader dei Circoli della Libertà ha avviato ieri la conversazione con il direttore di Qn-Il Resto del Carlino, Giancarlo Mazzuca, davanti a centinaia di simpatizzanti del nuovo partito.
Che cosa vuole fare per Alitalia a questo punto?
«Una grande mobilitazione. Chiederemo a Romano Prodi di rendere noti i dettagli delle trattative sulla vendita di Alitalia e le due offerte, oltre al piano industriale. Perché non possiamo conoscere bene le offerte di AirOne e Air France? I cittadini italiani hanno il diritto conoscere a fondo la questione».
Per ora come le sembrano le offerte?
«Mi sembra che AirOne possa essere una possibilità di rilancio, mentre con Air France si arriverebbe a perdere Malpensa o comunque a ridimensionarla».
Come si è arrivati a questo punto?
«La compagnia di bandiera è stata rovinata. Colpa dei sindacati, di manager non capaci, di intromissioni politiche. Dieci anni fa si parlò della necessità di 6.000 esuberi. Un piano di gestione di Alitalia per il rilancio del nostro vettore avrebbe giustamente previsto la riduzione del personale in esubero, oltre a investimenti».
Piani ce ne sono stati anche in passato..
«L'Alitalia l'abbiamo comprata un sacco di volte con i nostri soldi. Per colpa dell'intromissione della politica non è mai decollato un folte piano industriale. Il Nord ora paga le spese di una gestione cattiva e rovinosa».
Sarebbe un colpo duro per il Nord?
«Il 69% dei biglietti aerei viene staccato al Nord. E' il Nord, con le nostre imprese, ad essere la spina dorsale del Paese. Declassando Malpensa diminuirebbero i collegamenti diretti con paesi importanti per le nostre imprese come Cina ed Emirati Arabi. Questo vorrebbe dire umiliare gli imprenditori e far pagare al Nord gli errori della gestione di Alitalia da parte della politica».
Umiliarli?
«Si, non e una questione politica. E' come il problema della sanità o delle infrastrutture. La stragrande maggioranza delle imprese si trova al Nord. Impedire o ridimensionare i collegamenti aerei diretti fra la Malpensa e gli altri continenti significa penalizzare queste imprese. La verità è che hanno perso un sacco di tempo. Sei mesi a cincischiare e ora siamo al punto di prendere o lasciare, di decidere in fretta e furia»
Che cosa intende per una mobilitazione popolare sul caso Alitalia?
«Per l'Italia è importante poter contare su una compagnia di bandiera. Quindi la decisione sulla sua sorte è troppo importante. Non può essere decisa solo dal cda di Alitalia e dal Governo. Mi chiedo perché queste trattative le debba fare solo Prodi in privato».
E quando saranno resi pubblici i dettagli, che si fa?
«Chiederemo agli italiani che cosa vogliono con una consultazione popolare. Non si può gestire il nostro paese nel chiuso delle segrete stanze».


di Michela Vittoria Brambilla